Il principio è rimasto lo stesso, mentre strumenti e controlli sono cambiati.
Già i bottai del passato utilizzavano mazzuolo e punzone per far avanzare i cerchi e compattare le doghe. In origine erano diffusi anche cerchi di legno, spesso realizzati in castagno, frassino o betulla, mentre per i grandi tini si impiegava il ferro.
Oggi si utilizzano acciai zincati o inossidabili, doghe lavorate con maggiore precisione e recipienti sottoposti a collaudi di tenuta. La curvatura e la tostatura del legno possono inoltre essere controllate strumentalmente.
Il gesto manuale è quindi antico, ma fa parte di un processo moderno e misurabile.
È questo il legame corretto con il metodo degli avi: non la ripetizione immutata di un rituale, ma la continuità di un principio tecnico.
L’espressione “dare un colpo al cerchio e uno alla botte” viene comunemente ricondotta al lavoro del bottaio, chiamato ad assestare alternativamente la cerchiatura e il corpo del recipiente.
Nell’Ottocento era già pienamente diffusa: Alessandro Manzoni la utilizza nel capitolo XV dei Promessi sposi. In seguito ha assunto il significato figurato di cercare un equilibrio tra due posizioni, senza schierarsi nettamente.
In cantina, invece, ogni colpo corrisponde a una scelta precisa.